LA MIA VENICE MARATHON

podio_veneziaPenso che quando ti prepari per così tanto tempo per una gara di un giorno il cambiamento di una variabile sia l’ultima cosa che ti può dare fastidio, che resto comunque uno sportivo medio, che quella di Venezia sia stata la prima volta che mi sono concentrato per raggiungere un unico obiettivo, assumendomi tutti i rischi del caso. Posso assicurare però che, sebbene le possibilità che lo sforzo venga ripagato sono poche, la sensazione che si viene a provare è incredibile.

Preludio

La riviera è piena. Una folla colorata, che non disdegna di svuotare le sue vesciche nel canale in bella vista alle telecamere RAI, attende con ansia la partenza della gara, forse anche perché, dopo lunghi minuti di attesa, si soffre anche un po’ il freddo di questa mattinata un po’ anonima, con nuvole basse, leggera foschia e una temperatura autunnale tendente al fresco. Oltre 7000 concorrenti che aspettano solo noi, i “Top” (quelli con il numero basso e ai quali puzzano già i piedi per il riscaldamento, per dar sfogo alle loro ambizioni, alle loro frustrazioni, agli allenamenti fatti, al loro fisico, lungo il percorso della Venice Marathon. Momenti di riflessione e concentazione precedono il colpo di pistola che giunge di soppiatto su questa marea umana che ha assunto la forma di un lungo serpente addormentato in riva al canale.

Walking on the moon

E’ sempre difficile impostare i ritmo giusto, soprattutto in una gara così dove sei consapevole che piccole variazioni dal tuo ritmo ideale potrebbero non farti arrivare alla fine della competizione. Devo confessare che sono stato fortunato perché mi sono unito dopo la partenza a due corridori che avevano circa il mio ritmo, ma erano attrezzati al contrario di me di GPS che suonavano ai passaggi dei km e indicavano gli scostamenti dall’andatura prestabilita quindi, al di lù del sentire la sveglia ogni chilometro, devo dire che è stato abbastanza facile. Ma ora il problema che si presentava era quello di come fare per farsi passare almeno la prima mezza maratona. Il percorso è fantastico, e i passaggi nei centri distolgono l’attenzione con la gente che incita e gruppi rock che suonano di primo mattino. Però non basta. Quel che ci vuole è la musica giusta! Quanti accendono il jukebox interno quando gareggiano? Beh, io sono uno di questi, e devo ringraziare il gruppo che, al settimo km, ha accolto il passaggio dei primi con il celebre brano dei Police; non c’è musica più giusta per trascorrere la prima metà di gara… E ora si canta.

La mezza

Alla mezza tutt’a un tratto mi sono svegliato dal limbo in cui ho corso i primi 20 km. Uno dei miei due compagni di viaggio infatti ha visibilmente cambiato ritmo, dando letteralmente una frustrata al gruppetto, alla quale io reagisco mentre il terzo si stacca. Così, mentre dopo lo scatto secco il ritmo cala, io comincio la mia cavalcata solitaria, pensando alla cazzata che sto facendo (è un po’ presto la mezza per partire, davanti ci sono 21 km…), ma tutto sommato mi sento bene. Il trucco forse è pensare sempre di correre sciolti, se si pensa a quello, non si pensa alla fatica (magari!). Mestre è un autentico tripudio di gente e il percorso si snoda con tanti cambi di direzione per le vie del centro, comincio a prendere le prime donne importanti, quelle che erano partite 8 minuti prima di noi, ma la fatica comincia a farsi sentire, anche perché è da 5 km che corro a 3’10”, così penso sia il caso di utilizzare il mio secondo carbogel (il primo l’avevo preso al 14-esimo km). Ora però un’imposizione: basta guardare l’orologio e viva il famoso “correre a sensazione”. Sono nato per correre senza orologio e l’ho sempre fatto, non ho paura, ho solo voglia di vedere se ce la farò, e questo è sufficiente. Dopo il centro un lungo viale alberato, pieno di veneziani, sul quale si corre molto bene per via dei binari del tram, che hanno un asfalto particolarmente morbido; qualsiasi persona mi prenderà per pazzo ma, dopo 25 km, il piede gradisce e sente la differenza di asfalto morbido.

San Giuliano

Svolta a destra e lungo ponte che porta al Parco San Giuliano di Mestre, prime prove su salita; le gambe reagiscono abbastanza bene. Il parco è ottimo; tranquillità, piste ciclabili e boy scout. Sto bene, sono rilassato e pronto ad affrontare i 12 km che rimangono ma… che cazzo ci fanno i Kiss?? Ebbene sì, in questa Venice Marathon c’è spazio anche ai Kiss che sfoderano la giusta carica. Ma giusto dopo i Kiss il mio ritmo cala inesorabilmente; d’un tratto mi sento proprio stanco, e sì che ho appena mangiato, ma poco importa: me n’è rimasto solo uno, attaccato con il tape sui pantaloncini, ma è il momento di usarlo. Mentre mi ciuccio il terzo carbogel quindi (e un grazie alla Enervit) ecco sbucare Nando Fantasia (un amico e atleta) che mi dà una bella notizia; sta saltando, sta urlando e soprattutto sta incitando: “Dai che sei il terzo italiano, dai che oggi spacchiamo!”. Questa è la frase che mi è rimasta in mente, e giuro che alla notizia che lì davanti qualcuno era saltato, non ho fatto altro che sorridere.

Il Ponte

Mi han sempre detto: “Stai attento al ponte!”. Beh, francamente il ponte è passato in un batter d’occhio. E’ dritto e quindi ho preso il mio ritmo e l’ho tenuto. Venezia pian piano si materializza tra la foschia, si vedono le cupole, i campanili, i palazzi: è bella e immortale. Ho raggiunto il russo che avevo perso al terzo km in evidente crisi e l’ho lasciato sul posto. Ora sono il primo tra i bianchi (magra consolazione visto che gli altri sono 10 minuti avanti). Ma il ponte riserba l’ultima sorpresa: un vigile della sicurezza infatti mi si affianca e si mette a parlare; mi chiede se sono stato portato lì da un aereo, mi chiede quanti anni ho e altre cose… ho intuito solo qualche frase ma non so minimamente se lui ha capito le mie risposte (qualcuno provi a fare discorsi formulati a quel punto).

Venezia e la paura di arrivare

Venezia, finalmente, ora pochi chilometri mi separano dall’arrivo; proprio questa consapevolezza mi porta a piombare nel panico. Si sa, le emozioni sono un cavallo selvaggio indomabile e possono giocare brutti scherzi, soprattutto nei momenti più sbagliati. Arriva il mal di pancia e quella costante sensazione che ti porta a pensare “Mi fermo o non mi fermo”. Ma no, i ponti sono solo una quindicina, l’arrivo è lì, lo vedo, e una volta passata la Giudecca tu non corri più, è la gente che ti incita che corre al posto tuo. Due ali di folla che gridano, che ti urlano frasi in veneziano per vedere se sei italiano, che si agitano, e c’è anche qualcuno che mi conosce. Poi a due ponti dalla fine vedo i miei genitori con mia sorella. Sono contento che siano venuti perché comincio a essere consapevole che oggi ho fatto veramente una bella cosa. Poi Johnny (colui che mi ha seguito nella preparazione), nel rettilineo finale, che ride come un bambino, e lo speaker che annuncia un terzo posto mai sperato. Il cronometro dice 2:20:54, poco importa, sapevo che valevo questo tempo, ma non pensavo che sarebbe stato così bello.

La classifica l’han vista tutti, la diretta pochi, non mi dilungherò a fare commenti sugli aspetti tecnici. Di una cosa sono certo: da oggi conosco un po’ meglio la fatica.

4 thoughts on “LA MIA VENICE MARATHON”

  1. GIAN! sei un grande… oltre ad una grande gara ci hai dato una bellissima cronaca della tua fatica! Grazie!

  2. l’adrenalina che ti provoca il pubblico aiuta a fare grande tempi, l’adrenalina che ti provocano i grandi tempi aiutano a fare grandi cronache!! Bravo Gian!!

  3. Gian complimenti.A sto punto mi aspetto una partecipazione olimpica.Cazzo saria la scusa per nar a vederle…

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