IL RACCONTO DELLA TURIN MARATHON

La seconda esperienza non è stata come Venezia; è risaputo che spesso la replica vien meno bene della prima e talvolta anche della prova generale. Così ho concluso la Maratona di Torino, alla quale avevo dedicato tre mesi di preparazione piuttosto mirata, con un sapore di amaro in bocca.

Certo, un anno fa, quando mi sedetti ad un tavolo con il mio allenatore, avrei firmato per replicare anche quanto avevo appena fatto a Venezia. Ma allora l'idea di correre una maratona autunnale era così lontana e per di più ostacolata da un semestre di Erasmus in terra olandese che rendeva la cosa alquanto smaterializzata nella mia mente.

Al mio rientro, nel mese di luglio, ero però sufficientemente motivato per seguire fino in fondo i miei obiettivi (o meglio, l'unico obiettivo stagionale) e, in un crescendo di consapevolezza su uno stato di forma che andava in continuo crescendo, la maratona si è materializzata nella mia mente prendendo una forma piuttosto consistente.

L'amaro in bocca c'è perchè il risultato non rispetta esattamente quel che potevo fare. Sembrerà una frase tipica da agonista mai sazio, ma non è esattamente così. Ad ostacolarmi in gara questa volta non è stato il clima (non comunque molto favorevole), non le gambe, ma la mia pancia che, dopo 28 km tranquilli, ha deciso di giocarmi un brutto scherzo e lasciarmi in uno stato di agonia assoluta fino alla fine della gara. Francamente non lo so come io abbia fatto a trascinarmi all'arrivo perchè, in effetti, sono sempre una quindicina di km scarsi (un'oretta di fondo, per intenderci). Sicuramente ho messo da parte un pizzico di dignità e stretto i denti, ma ho soprattutto pensato che la mia carta da giocare era quella e solo quella. Non puoi vincere una sfida se pretendi di avere il privilegio della rivincita. Posso però dire che, in condizioni normali, in qualunque della altre gare che ho corso nella mia vita, mi sarei senza dubbio fermato. Ma comincio dal principio.

Tutto perfetto (con la giusta tolleranza che può godere in questi casi il termine "perfezione"): nessun infortunio durante la preparazione, una condizione mentale di assoluta tranquillità e una condizione fisica che nelle ultime settimane poteva essere definita perfetta per affrontare la 42km. Ero particolarmente rilassato la mattina della gara, anche se quest'anno c'erano sicuramente più aspettative nei miei confronti. Penso che la tranquillità sia solo al logica conseguenza del lavoro fatto. L'idea era quella di correre puntando sulla costanza e costruire una gara da 2.17-2.18, fregandosene ovviamente dei primi (e secondi, e terzi, ecc…) che sarebbero partiti come sempre a ritmi per me spropositati.

Ero concentrato e, preso posto nel bus, vedo un vecchietto che si avvicina; "Tu devi essere… Simion". "Sì", gli ho risposto, "Piacere, io sono Gigliotti". Non avevo mai conosciuto di persona "il professore" e quella mattina è stata una piacevole sorpresa che si sia seduto vicino a me. Abbiamo parlato per tutto il viaggio, ma pochissimo di sport. Abbiamo piuttosto discusso di politica; d'altra parte come si fa a non parlare di politica poche ore dopo le dimissioni di Berlusconi?! L'impressione che mi ha lasciato è quella di una persona affabile e, soprattutto, sincera (cosa rara da trovare negli ambienti sportivi da un certo livello in avanti).

Arrivati in Piazza Castello siamo stati portati in una tenda, al freddo e senza riscaldamento. Se devo essere sincero l'organizzazione non è stata impeccabile con i top runners; penso che portare 2 ore prima della partenza 30 atleti in tende fredde (c'erano 5 gradi e un 80% di umidità…) sia indice di poca cura dei dettagli e io sono convinto che certi dettagli contino molto. Il tempo comunque è volato anche perchè un gruppetto di keniani, per scaldarsi e per ricordarci che si può essere felici anche se non si vive in Europa o in America, hanno acceso della musica tribale e si sono messi a ballare e cantare come dei bambinetti.

Ho fatto una decina di minuti scarsi di riscaldamento senza togliermi neanche un vestito, ero freddissimo. Poi la partenza.

Devo dire che il tracciato non mi ha entusiasmato, forse anche per colpa della nebbia che abbiamo trovato dopo una decina di minuti. Ad ogni modo non amo i viali lunghi, sembrano non finire mai! Se ho provato sensazioni positive durante la prima metà della gara non lo so, correvo in uno stato abbastanza indifferente. Controllato il ritmo per i primi 3 km, non ho praticamente più guardato l'orologio. Alla mezza sono passato leggermente in ritardo sulla tabella di marcia (1.09 e qualcosa). A quel punto mi sentivo abbastanza bene per una seconda mezza in progressione. Sapevo che c'era una salita lunga prima del 28-esimo km, compensata poi da un'appetitosa discesa praticamente fino alla linea d'arrivo. All'inizio della salita ho allungato e staccato il mio compagno di crociera, che mi aveva tenuto compagnia fino a quel punto, in poche decine di metri. Ero rimasto da solo. Curva sulla destra e via, Corso Francia: 10km dritti come un il tunnel della Gelmini. I Savoia devono essersi proprio sbizzarriti nel definire i piani urbanistici; sicuramente posso dire che non amavano l'arte moderna e che, a differenza di quanto afferma la pubblicità in questi giorni, per la loro città hanno cercato la perfezione nelle rette e nella linearità più assoluta, non nelle curve.

Era giunto il momento perfetto per fissare il viale il più lontano possibile, mettere la mente in stand-by, rilassarsi e andare. E invece il passo comincia ad accorciarsi e il busto a chinarsi, esattamente come alla 24 ore di San Martino che avevo corso ad ottobre. Il respiro regolare è presto sostituito da un affanno e un dolore alla pancia mi dà la prima delle mazzate. Già, la prima, perchè saranno un bel po' da lì all'arrivo. Tutto semnbra accartocciarsi su sè stesso cercando di arrivare al volume di una biglia. Uno a uno, i pensieri positivi se ne vanno, lasciando spazio al vuoto.

Il resto non penso di doverlo raccontare; suppongo che ogni corridore abbia avuto questo tipo di sensazioni, perlomeno in allenamento. Neanche il cartello dell'ultimo km è riuscito a darmi un po' di tranquillità. Solo alla visione, a 200m dalla fine, dello striscione d'arrivo ho realizzato di essere arrivato. Inutile dire che, una volta passata la linea d'arrivo, ho continuato a correre. Direzione: cesso!

C'ho messo un po' a riprendermi.

Vabbè… La seconda è comunque archiviata e posso assicurare che me la ricorderò a lungo. Non è stata una cavalcata trionfale come quella nella Laguna Veneta e neanche una delusione; è stata solo un'altra gara.

2.19.33. Francamente in questo momento è quindi difficile per me vedere il bicchiere mezzo pieno!

Alla fine sono comunque contento, e un po' ovviamente ci rido sopra a quel che è successo. Fa parte del gioco. In più, giusto per non smentirmi, devo aggiungere un altro tassello di ironia alla mia esperienza sportiva: arrivato, mi sono accorto di aver corso 42 km con una sola soletta. Spero che le gambe me lo perdonino.

E ora? Ora sarei in forma perfetta per la Bevilonga! Peccato che quest'anno debba organizzarla… 😉